mercoledì 7 giugno 2017

GLI ANGOLI DELLA RINASCITA


MARTEDI 06 GIUGNO 2017



Gli angoli della rinascita


Finalmente il tempo si è fermato ancora.
Non riesco a scrivere semplicemente perchè abbia deciso di farlo. Ho una maniera tutta mia di scrivere il blog. Per essere totalmente autentico, devo poter scrivere solo in particolari momenti. Deve crearsi una speciale magia emotiva. Non ci sono regole, solamente istinti.
Ieri Francesco Totti ha giocato la sua ultima partita. Dopo 28 anni con una sola maglia, ha dovuto arrendersi al tempo.
Vedere quelle immagini mi ha aperto il cuore. Ieri allo stadio Olimpico di Roma 80.000 persone hanno strappato il loro cuore per consegnarlo alla storia delle emozioni. Non ho mai visto nulla di cosi profondo nel calcio. Ieri si mangiava, respirava, viveva un’amore autentico. Ecco perchè sono fiero di essere romano. Certe cose vanno oltre. E oltre è dove solo alcuni possono vedere.
Tutto ciò ha ovvimante aperto la famosa finestra magica. Sono nuovamnete pronto a scrivere.
Quello di cui sto per parlare è talmente importante che faccio fatica a poterlo veramente raccontare.
Sto per parlare della mia rinascita.
Sono un “ometto” ormai, e quest’esperienza all’estero mi ha messo di fronte ai miei limiti. Ci sono dei limiti che puoi vincere, ci sono dei limiti che puoi gestire, ma ci sono anche dei limiti a cui devi arrenderti.
Ho scoperto di dovermi arrendere all’idea che non possa vivere la mia identità di uomo senza un  lavoro che mi permetta di sognare.
Senza prospettiva un disegno importante non potrà essere mai completo...
Lavoravo al “Troppa”, un ristorante italiano in Amsterdam. Come una mamma premurosa, quest’ esperienza si stava prendendo cura di me.
In quel periodo ho imparato moltissime cose, anche sul mio nuovo me stesso. Avevo raggiunto un punto meraviglioso. Tutto il personale era italiano, il cibo, le abitudini...qualche volta persino i clienti... Stavo vivendo il mio piccolo mondo parallelo. Ero in Olanda, ma per certi versi è come se fossi stato ancora nella mia Italia. Tutto era diventato “comodo”, rassicurante. Caldo.
I rapporti con i miei colleghi e con i titolari erano diventati talmente amichevoli che non riuscivo più a discernere dovere da piacere.
Dopo mesi di difficoltà emotive, dopo mesi di frustrazioni di ogni genere, avevo trovato il mio nuovo mondo. Ero felice e mi sentivo protetto da un contesto ancora troppo nuovo per me. Fuori, nella vita vera, infatti, tutti parlavano un’altra lingua, avevano altre usanze e probabilmente non si erano neanche accorti di me.
Ero nella mia “hakuna matata” zone se vogliamo scomodare W.Disney. Anche Collodi potrebbe aiutarmi in questo strano paragone. Il "Paese dei balocchi" di Pinocchio calza a pennello.
Ad un certo punto però il destino, carico di responsabilità e sfide, mi venne ancora cercare.
Si ricordò che avevo iniziato una nuova vita in un’altra nazione e che sarebbe stato il momento di affrontarla.
Grazie ad una serie di coincidenze incredibili, mi ritrovai a sostenere un colloquio di lavoro per essere assunto nella più grande catena alberghiera del mondo. In Hilton.
Si trattava di lasciare la mia “confort zone” cosi difficilemnte conquistata, per sbattere la faccia contro un muro di cemento armato. Olandese.
Ovviamente, entrando in una realtà cosi grande e prestigiosa, le prospettive di crescita sarebbero state imparagonabili al mio amato “Troppa”.
Figlie di queste considerazioni mi vennero a svegliare dal torpore del mio paese dei balocchi.
Era un’occasione per capire se da burattino, avrei potuto trasformarmi in uomo. Al posto della fatina turchese trovai il management Hilton Garden Inn di Leiden a chiedermelo...
Mi preparai all’intervista. Imparai nuovi termini in inglese, provai discorsi “ad effetto” davanti a quello specchio che sembrava prendermi ogni volta per il culo...
E poi, come al solito, appena iniziato il colloquio tutto rimase chiuso a chiave nei cassetti della mia razionalità. Condussi, o mi feci condurre, in quella che sarebbe stata l’intervista più importante della mia nuova vita, senza freni ne calcoli. Nuovamente nudo come un bimbo durante il bagnetto.
Forse è proprio quel mio essere sincero, diretto e “vero” che mi fece assumere.
Mi apprestavo ad entrare in Hilton senza sapere la lingua olandese, con un inglese ancora basico e senza un appropriato skill per un Hotel cosi prestigioso.
Nel momento in cui decisi di accettare, tutti i film di Rocky visti e rivisti (e rivisti...) si materializzarono tra le pieghe delle mie ambizioni. Sacrificio, lotta, amore, onore.
Accettai.
E mi feci male.
Fui catapultato nel mondo reale. Mi sentii come Neo in “Matrix” quando decise di prendere la pillola rossa. Un “welcome in the real word” venne a svegliare anche me.
Mi trovai a gestire una quantità di nuove informazioni enorme. Non conoscevo nulla di Hotel, non conoscevo nulla di cucina internazionale, di vini, di liquori, di birre...
Non conoscevo i miei colleghi ovvimanete e spesso persino i loro nomi “olandesi” scivolavano nella mia mente come pioggia in grondaia.
Investii ogni minuto del mio tempo libero in preparazione. Di ogni tipo. Google divenne il mio miglior amico.
Ancora ricordo ogni tipo di sensazione. Mi sentivo inadeguato, impaurito, incompreso.
Decisi di concentrare tutto questo in sana e cazzutissima rabbia. Avevo una sfida da vincere e avrei venduto cara la pelle.
Visto che non avrei potuto competere sullo stesso piano dei miei colleghi già completamente integrati e preparati, decisi semplicemente di non farlo. Decisi di essere me stesso, con i  miei limiti ben esposti!
Testa bassa ad imparare qualsiasi cosa e tanta tanta umiltà...
I giorni si facevano vivere uno dopo l’altro e pian piano mi resi conto di avere un dono. Riuscivo ad empatizzare con le persone. Clienti e colleghi. Anche senza parlare la loro lingua, anche senza un inglese perfetto, riuscivo a capire, anzi, a “sentire” le persone e a comportarmi di conseguenza. Il segreto è che non c’è il segreto. Sono semplicmente cosi! Non c’è differenza per me tra colleghi e clienti, tra amici e parenti, tra figli e genitori. Io mi comporto sempre e comunque nel medesimo modo. Tendo a preoccuparmi del benessere altrui e, da sempre, dare mi piace più che ricevere.
Questa “roba qui” è apprezzata e mi ha permesso di iniziare a ricostruirmi.
Mi sono ritrovato tra le mani un “giocattolo” che funzionava e un gioco  a cui mi piaceva giocare...
Non posso fare a meno di ricordare la prima “vittoria” respirata in questa nuova atmosfera...
Appena entrato, era in essere un concorso chiamato “catch me” rivolto a dipendenti e clienti. Sostanzialmente, si invitava tutti a scrivere e postare considerazioni personali su chi avesse reso, con il proprio tocco personale, migliore qualsiasi tipo di esperienza in Hotel.
Nelle prime settimane, me ne stavo in mensa, in un angolino, a guardare i “catch me” ottenuti dai miei colleghi,  ben esposti in bacheca. Sognavo di ottenerne almeno uno. Sognavo che almeno un collega si accorgesse dei miei sforzi titanici...
E’ strano come in un angolino si possa guadagnare nuovi punti di vista. Me ne stavo rannicchiato in disparte, tra le pieghe delle mie incertezze a leccarmi le ferite e a convincermi che dando tutto me stesso, prima o poi, qualcuno mi avrebbe portato via dal quel maledetto cantuccio.
Ci sarebbero volute 11 settimane. Diventai il miglior dipendente del mese. Presi “catch me” da clienti e colleghi. Molti.
Fui sorpreso, felice, immensamente felice! Ero sulla strada giusta.
Non era vero che non mi vedevano. Il fatto che mi sentissi in un angolo non significava che in realtà lo fossi.
Cominciarono ad arrivare conferme su conferme. Mi fu proposto di diventare referente per alcuni progetti, sono stato votato come secondo miglio dipendente Hilton Garden Inn dell’anno e candidato tra i primi 1000 dipendenti (su 15000) nel mondo Hilton!
Ho cominciato ad avere sempre più fiducia in me stesso e i progetti sono diventati sempre di più, e sempre più impegnativi.
La sfida era per me molto importante. Battaglia dopo battaglia, stavo vincendo la mia guerra...
E’ passato un anno dal mio primo giorno in Hilton e se guardo quanto sono cresciuto, da tutti i punti di vista, non posso che essere orgoglioso di me e di chi ha creduto in me.
A questo punto ho raggiunto nuovamente la mia “confort zone”. E’ quindi ora di prepararsi alla prossima sfida.
Mi sono prefisso di diventare “grande”. Per farlo ho ancora molto da studiare, lingue da imparare, skill da acquisire.
Quello che mi auguro e’ di ritrovarmi tra un po’ nelle pagine del mio blog, magari a guardare con tenerezza quel giovane uomo coraggioso e fortunato che sono oggi, dall’alto dell’ennesima sfida portata a casa...
Non so dove mi porterà il destino. Non ho ancora capito se sia lui a guidare me o io a guidare lui, ma non importa. Qualsiasi favola mi attenda, anche nei suoi lati oscuri, mi troverà sempre pronto.
So dove si trovano gli angoli bui, e conosco la maniera di uscirne.

sabato 17 dicembre 2016

UNA CAREZZA

SABATO 17 DICEMBRE 2016

Una carezza

Questa notte è qui con me, è qui per me. Non poteva essere diversamente questa volta.
Ho finito di trascrivere il mio diario sul blog. Da questo momento sono “live”. Diretto, come il sangue che esce quando ti tagli, come quel brivido che arriva senza un perchè.
Cercavo il momento giusto, ma è il momento che ha invece trovato me. Ho appena finito di vedere un bellissimo film “Scusate se esisto”. Una commedia con Raul Bova e Paola Cortellesi che mi ha dato ciò che non mi sarei aspettato. Mi ha smosso dentro. E' straordinario quando succede e devi prendelo questo benedetto attimo. Devi cavalcarlo, perchè solo cosi riesci ad essere vero.
Sono quindi qui, a guardarmi alle spalle, per raccontarmi ancora.
E' passato un anno da quando ho alzato la testa, da quando ho detto: “No!”. Da quando ho deciso di combattere per andarmi a riprendere quell’immagine riflessa nello specchio che ormai non ricambiava più gli sguardi. Quelli veri. Quelli a cui non puoi sfuggire se sei uno come me.
Ho combattutto. Dio se ho combattuto! Ho incimapato, sono caduto, mi hanno ferito, sporcato, infangato. Ma non mi hanno avuto. Mi sono rialzato, medicato, pulito. Sempre. Hanno perso.
Ho scoperto di non essere invincibile e per questo, ora, mi ci sento davvero.
Era marzo 2016. Dana aveva trovato lavoro. Pian piano le cose si iniziavano a sistemare.
Mancavano solamente le risposte alle mie tante candidature per smettere di essere felici a metà.
Bene!... quelle risposte non sarebbereo mai arrivate. Ho imparato che, certe volte, le risposte importanti arrivano comunue. Anche se non fai le domande.
Vagando su Facebook infatti, un post mi venne a cercare. Una certa Francesca, proprietaria di un ristorante Italiano in Amsterdam, si lamentava su come fosse difficile trovare qualcuno serio e volenteroso su cui poter contare. Qualcuno che avesse veramente voglia di lavorare.
Quel post cambiò la mia vita. Io risposi e Francesca mi concesse un colloquio.
Mio Dio! Ancora ho la pelle d’oca se ci ripenso! Un colloquio di lavoro dopo 15 anni. Stavo combattendo una battaglia per la conquista di un posto come cameriere, eppure nella pancia quel lavoro era tutto! In quel momento avevo bisogno di un nuovo inizio, e il mio nuovo “me” doveva passare da li.
Quella volta Francesca non la incontrai. Mi accolsero due suoi collaboratori.
Mi sentii subito “a casa”. Tutti i discorsi che mi ero preparato rimasero muti. Condussi quell’intervista nudo come lo stupore di un bimbo. Raccontai la mia storia, senza mezze verità, mezzi termini. Senza mezze misure. “Le mezze misure sono fatte per le mezze persone” pensai. Per fortuna trovai dall’altra parte la sensibilità e la sagacia di due uomini straordinari che seppero guardare e ascoltare, oltre che  vedere e sentire.
Fui assunto. Finalmente una porta si era aperta. Finalmente!
Il coltello che mi misi tra i denti non lo avrei mai più posato...
Imparai a gestire come un gueriero ogni tipo di emozione. Rabbia, frustrazione, senso di inadeguadezza, felicità, tristezza. Orgoglio ferito, riflesso in un wc da pulire a fine turno; soddisfazione per i primi complimenti dei clienti; dignità nello scoprirmi tenace, tosto. Vivo.
Persi 10 kg tra le scale del locale, migliorai l’inglese, imparai un mestiere e conobbi un mondo di cui andare fiero. Un mondo fatto di gente vera. Ho conosciuto storie che fanno battere forte il cuore tricolore. Ragazzi che sono andati via per andarsi a prendere quella meritrocrazia che troppo spesso in Italia viene soffocata, violentata, ammazzata da coloro che dovrebbero difenderla.
Conobbi Francesca. Anzi, conobbi la persona che Francesca mi volle far credere di essere.
Leader, imprenditrice di successo, sempre “sul pezzo”, sempre pronta a spronarti, spesso in una maniera che ha messo a dura prova la sensibilità di cui la mia anima è pregna. Un sergente di ferro insomma. Una macchina da guerra!
Con lei la definizione di “tirare fuori le palle” ha assunto una nuova connotazione per quanto mi riguarda. A lei devo la mia nuova tempra, a lei devo il mio nuovo inizio.
Il tempo poi, mi ha fatto un bellissimo regalo. Conoscendola, ho scoperto che dietro al sergente di ferro, c’è una bellissima persona dalla sensibilità almeno pari alla mia. Una donna straordinaria che ha dovuto imparare a mettersi su un’armatura per combattere i demoni che spesso ha dovuto affrontare. 

E’ ancora notte. Ricordi ed emozioni sono ancora qui con me, sornioni e puttane.
Il racconto del mio primo lavoro della mia nuova vita l’avrei immaginato diverso. In toni scoppiettanti magari! Colorato, vivace, irriverente. Invece, quello che mi ha risposto il cuore ha colori caldi e delicati. Questa esperienza ha lasciato tra le pieghe delle mie figlie anime qualcosa che va al di là dell’esperienza stessa.
Mi è stata data fiducia, mi è stato concesso un nuovo inizio. Tutto questo è caldo, piacevole al di là di ogni difficoltà, di ogni discussione. Tutto questo è come una carezza.

lunedì 31 ottobre 2016

Ho sposato un'erbaccia!

 02/02/2016

 Ho sposato un'erbaccia!


Detta cosi’ “suona” come una schifezza, ma non lasciatevi ingannare.
L’erbaccia, a differenza dei fiori fichi e ricercati, cresce ovunque, dura una vita, resiste alla siccità, alle inondazioni, al caldo, al freddo e in primavera fa anche dei bei fiorellini!
Ecco, Dana, mia moglie, 17 anni fa è venuta in Italia e ha trovato me, lavoro, comprato case, preso patente, diventata mamma e chiesto cittadinanza. Senza i genitori, senza la sua famiglia, senza soldi e senza amici.
Poi, siamo venuti in Olanda e che cosa sta succedendo? Esattamente la stessa cosa!
Si è praticamente “ripiantata” e sta crescendo... fino a che le spunteranno dei fiorellini in testa... magari in primavera... per i suoi 40 anni.
Oggi ha fatto il suo primo colloquio “estero” presso la societa’ dove lavora Raluca, la nostra amica. La posizione prevede un lavoro di telemarketing per il mercato Italiano ed Est Europeo. Nulla di pazzesco... ma “Dio se ne abbiamo bisogno!” Lei questo lo sapeva ed immagino la pressione con cui deve aver vestito gli abiti delle sue emozioni durante l’intervista. Conosco quella sensazione. Ho già indossato quel tipo di abbigliamento: è dannatamente scomodo.
Colloquio in inglese. Conoscendola, anche se preparata, si sarà sentita come un soldato che va incontro ad un carro armato con in mano solamente una pistola. Ad acqua...
So che è insicura di se stessa, che è introversa, che odia queste situazioni e probabilmente il lavoro per il quale sta combattendo non è annoverato tra i sogni della sua vita... Ma lei è andata. Si è messa persino gli stivali con il tacco. Trucco velato in viso, Jeans attillati e maglioncino sobrio. Molto bella.
Il tempo trascorso da quando l’ho lasciata a quando l’ho ripresa dopo il colloquio sembrava essersi fermato. Tipo quando nei migliori film di fantascienza il protagonista “fico” riesce a fermare il tempo ed essere l’unico in grado di muoversi con tutti freezati...
Ero sicuro che sarebbe andata bene... La conosco, ma il tempo non passava mai!
Poi eccola, pistola ad acqua scarica in mano, sorriso beffardo, sguardo orgoglioso, voglia di togliersi i tacchi e dire quello che volevo sentire... ”E’andata bene!”
Uno squarcio di sole ci ha investito... Un classico del cinema... avete presente il raggio di sole che improvvisamente scende dal cielo, di solito accompagnato da musica celestiale, che illumina il tizio fortunato che subito dopo ha una” botta di culo clamorosa”? Ecco, una cosa del genere...
Certe emozioni possono cambiare età e nazione come una donna possa cambiare scarpe o colore dei capelli... ma alla fine, quel brivido sulla schiena che ti fa venire la pelle d’oca non ha nè luogo nè tempo. E’ semplicemente figlio di te, della tua storia. E’ nei tuoi respiri, dentro ogni sguardo, dietro ad ogni sorriso, insieme ad ogni emozione che ti fa innamorare dei bellissimi fiorellini che spesso nascono dalle erbacce...


mercoledì 28 settembre 2016

La cazziata

28/01/2016

La cazziata



Nel club di coloro che mi hanno giustamente “cazziato” e’ entrata con merito mia moglie.
Zitta zitta, calma calma, si e’ trasformata da moglie paperotta in moglie cinghiale selvatico quando ha saputo che mi ero offerto come “autista tutto-fare” su qualsiasi gruppo Facebook di Italiani in Olanda e che mi ero anche candidato per fare pulizie in hotel in orari assurdi...
Mi ha ricordato il mitico “Hulk” nella serie degli anni ’80! Peccato non si sia strappata i vestiti di dosso... poteva diventare interessante! ...E per fortuna non ha neanche assunto quel colore verde pisello un po’ vintage... Si e’ solo incazzata tipo Giovanna Mezzogiorno nella scena di quando scopre che il marito la tradisce nel film “L’ultimo bacio” di Muccino.
Mi dice chiaramente che usare il tempo per questi lavori (rispettabilissimi) sarebbe stato solo tempo buttato per noi e per il nostro progetto. Anche se nell’immediato avrei avuto la possibilita’ di racimolare qualche soldo, non avrei ipotecato nulla per il futuro. Effettivamente ancora non siamo “alla canna del gas” economicamente... ed effettivamente e’ molto piu’ logico investire il proprio tempo che buttarlo. Migliorare l’Inglese, imparare l’Olandese, cercare un lavoro a contatto con il pubblico. Questo sarebbe ricostruire nuovamente se stessi. Tracciare una rotta per andare dritti verso il sogno! Questo e’ il punto. 
Se ne e’ uscita con una frase da Bacio Perugina: “Cercare un piano B, distrae dal compiere il piano A”.
Cosi’, neanche rendendonese conto, ha scalzato dalla vetta della speciale Top Ten dei Cazziatoni Sacrosanti, anni e anni di permanenenza di mia madre per quella volta che rovinai le scarpe nuove, di mio padre per quella volta che rubai dei puffi ad una bambina e di quel poveraccio del professore di elettrotecnica per quella volta che risposi “un circuito corto” alla richiesta di definizione di “corto circuito”.
E io, come un malconcio pistolero del West caduto in terra dopo un cazzottone, mi sono rialzato, dato pacche ovunque per scrollarmi la polvere da dosso, aggiustato il cappello e cercato il revolver.
Musica di sottofondo di Morricone, sole in faccia, balla di fieno che rotola spinta dal vento... ho aperto il caricatore, lasciato cadere le pallottole a salve e ho ricaricato con quelle vere.

Ero nuovamente pronto al duello. 
Ero nuovamente nel mio piano A!

giovedì 11 agosto 2016

Sussulto...



17/01/16
Sussulto...

Oggi c’era il sole. Ma il sole sole! Quello che ti metti su i Ray-Ban!
Dato l’evento, siamo usciti dal nostro “guscio” come quattro lumachine... e siamo andati a passeggiare per le strade della “nostra?” Leiden. Siamo stai molto bene. Vie, viette, viuzze, canali, ponti, negozzietti tipici, biciclette, biciclette e ancora biciclette, bella gente. Odore di legna bagnata e bruciata. Gabbiani che garriscono, bimbi che corrono e spesso garriscono anche loro!
Mentre ero li ad autoconvincermi che ne valeva la pena essermi cacciato in questo casino,  perche’ il posto sembra uscito da un quadro di Rembrandt, mi sono inbattuto in Eugenio Montale.
In pieno centro, scritta sul muro di una casa, ho letto "Non chiederci la parola”, ode di Eugenio Montale tratta da “Ossi di Seppia”.
Detto tra noi, Eugenio non era stato fin’ora esattamente un mentore, piuttosto riposava in quei pertugi dell’anima dove si tengono ricordi confinati chissa’ perche’ in una mediocrita’ che poi in fondo non meritano.
Ebbene, quel muro di Leiden con epigrafata arte Italiana, mi ha donato un sussulto. E’ stato come incontrare un vecchio compagno di scuola che non si vede da anni.
Io, che in quella passeggiata stavo cercando risposte, ne ho trovata una. Lasciata per me in un appuntamento senza tempo.

 ”Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”


Mi sono sentito orgoglioso del mio sangue tricolore. Sangue di passione, ingegno e poesia. Sangue e anima che hanno fatto la storia.
Cosi, Eugenio ed io, fieri come non mai, siamo andati in giro tutto il giorno, fino a che il sole ha accompagnato odi, domande e risposte nel suo tramonto arancione... una specie di carezza di mamma prima di andare a letto.